Introduzione all’eresia dei “Fratelli Apostolici”

Tra la seconda metà del secolo XIII e la prima metà del XIV si sviluppa in Italia il movimento dei Fratelli Apostolici, la cui radicalità teorica e pratica mina alle fondamenta l’ordine non solo religioso, ma anche sociale e politico. Pauperismo radicale e egualitarismo comunistico, nomadismo e azione rivoluzionaria, spiritualismo mistico e libertà sessuale, si fondono in una comunità itinerante che profetizza il ritorno alla semplicità della chiesa cristiana primitiva. Qui di seguito, in estrema sintesi, la loro storia.  

 

Breve storia degli Apostolici
Segalello, Dolcino e Margherita

Nel 1260 circa, l’umile Gherardino Segalello si presenta al convento dei frati minori (francescani) di Parma, chiedendo di esservi ammesso. Vistosi respinto, vende la sua piccola casa e il suo piccolo orto, getta i soldi così ricavati ai poveri (proprio come aveva fatto San Francesco), e inizia una vita nuova basata su pochi, essenziali concetti: l’imitazione di Cristo (“seguire nudi il Cristo nudo”), il rifiuto di ogni possesso e accumulazione (quindi la povertà assoluta) e dunque le elemosine in una esistenza itinerante, nella convinzione che solo una tale realtà esistenziale potesse interpretare nel giusto modo il messaggio del Vangelo. È il rifiuto, messo in pratica, della via adottata dalla Chiesa di Roma (possesso, ricchezza, potere). È l’inizio del movimento dei “Fratelli Apostolici”. 
Cominciano ad affluire seguaci di Gherardino (il quale tuttavia rifiuterà sempre di essere considerato “capo”, in omaggio a una concezione integralmente comunitaria e antigerarchica), e via via il consenso popolare cresce, tanto che le fila degli Apostolici si ingrossano e moltissimi, uomini e donne, aderiscono a questo movimento. Gherardino, nella sua semplicità, è un grande comunicatore: coloro che aderiscono al movimento vengono privati dei vestiti e indossano una tunica bianca (l’unica cosa che possiedono), rifiutano persino, dell’elemosina, il pane superfluo che non può essere consumato immediatamente, egli stesso si presenta sulla pubblica piazza attaccato al seno di una donna come fosse un neonato lattante (a simboleggiare la rinascita dello spirito cristiano in una nuova éra di purezza totale), fa predicare in chiesa persino i bambini. Insomma, il contenuto del messaggio degli Apostolici (che si chiamano anche “minimi” per segnare la differenza con i “minori” francescani i quali si erano integrati, in fondo tradendo l’insegnamento del loro fondatore Francesco d’Assisi, nei meccanismi potere-ricchezza della chiesa di Roma), e le forme della predicazione ottengono via via un enorme successo e adesione popolare, al punto che la gente abbandona i riti cattolici per affluire in massa alle “prediche” degli Apostolici. Gherardino invia anche diversi Apostolici a portare il proprio messaggio in terre lontane.
Questo enorme successo (riconosciuto dalle più autorevoli fonti storiografiche cattoliche dell’epoca) non può più essere tollerato dalla chiesa romana: il mite Gherardino (pacifista integrale) viene imprigionato, alcuni apostolici vengono messi al rogo, e infine, nel 1300, Gherardino stesso viene arso vivo sulla pubblica piazza, nel nome del Signore, nell’anno del Primo Giubileo e del perdono universale. Ma il rogo di Gherardino Segalello, anziché spegnere il movimento apostolico, per uno di quegli strani “scherzi” della storia, segna invece l’inizio di una vicenda del tutto originale, e di enorme portata, nel medioevo italiano.
Dolcino, nativo di Prato Sesia (Novara), nel 1300 è un giovane discepolo che assiste al rogo di Gherardo, tra i molti che erano venuti in Emilia anche da lontano per partecipare al movimento. Dopo la morte del fondatore, Dolcino in breve diviene di fatto il leader carismatico, riorganizza le fila disperse dalla repressione e indirizza agli Apostolici perseguitati una prima lettera. Nello stesso anno, il 1300, il nucleo “dirigente”, sotto la pressione dell’Inquisizione, si sposta prima nel Bolognese e poi in Trentino (qui accolti da un fervente gruppo di amici e compagni, tra cui il fabbro Alberto da Cimego). È qui che Dolcino incontra, per non più separarsene, la bellissima Margherita, che abbandona le sue nobili origini per aderire al movimento. Dolcino predica contro la corruzione della Chiesa Romana, per un Cristianesimo fuori dalle istituzioni e senza obbedienze gerarchiche. La sua comunità è testimonianza provocatoria di una società di liberi e uguali, fondata sull’aiuto reciproco e la comunanza dei beni.
Il Vescovo di Trento, preoccupato dalla minaccia che gli Apostolici rappresentano per l’ordine feudale, scatena anche lì la repressione. Tre apostolici, tra i quali la moglie di Alberto, vengono arsi sul rogo. Così, nel 1303/1304, Dolcino, con il gruppo degli Apostolici più fedeli (uomini, donne, vecchi e bambini), riprende il lungo viaggio che li porterà fino in Valsesia, attraverso le montagne lombarde (presso Chiavenna vi è tuttora un paese che si chiama Campodolcino). La Valsesia è la terra d’origine di Dolcino, qui egli conta amici, ed è naturale che, per salvarsi, egli pensi a questa meta.La Valsesia era da molto tempo in lotta aperta prima contro i grandi feudatari (conti di Biandrate), poi contro i comuni della pianura (Novara e Vercelli). Quando il gruppo degli Apostolici giunge a Gattinara e Serravalle, centri nella parte bassa della valle, e qui ricomincia la propria predicazione per una chiesa e una società nuove, l’accoglienza popolare è entusiastica e gli eretici fraternizzano con i montanari valsesiani in rivolta. I vescovi di Vercelli e Novara, in accordo con il papa, vedendo come l’avvento degli apostolici fa da catalizzatore per le istanze autonomiste delle popolazioni valsesiane, bandiscono allora una vera e propria crociata per debellare questi “figli del diavolo”. Viene reclutato un vero e proprio esercito professionale (anche i balestrieri genovesi, abilissimi nel tiro) per farla finita una volta per tutte. Gli Apostolici questa volta, uniti ai valsesiani ribelli, decidono di difendersi. Nel 1304 inizia dunque una vera e propria guerra di guerriglia tra un esercito cristiano e cristiani che credono in una chiesa diversa e alternativa. Si susseguono scontri e battaglie, nelle quali Dolcino dà anche prova di notevole intelligenza militare. I ribelli si spingono in alto nella valle e, sul monte chiamato Parete Calva, che è ideale per la difesa, si installano con l’appoggio dei montanari fondando una vera e propria “comune” eretica, in attesa di quello sbocco finale che Dolcino, uomo colto, teologo e filosofo della storia, ritiene imminente. I crociati assediano la Parete Calva, ove sono asserragliati i ribelli (alcune fonti parlano di 4000 persone, altre di 1400), e si susseguono scontri sanguinosi. I ribelli valsesiani e gli eretici compiono azioni di guerriglia improvvise: calano contro i nemici accampati in valle; assaltano le chiese, considerate tempi dei farisei nemici del Vangelo e collaborazionisti degli invasori; colpiscono le case dei magistrati del vescovo-conte e del potere cittadino; sequestrano il podestà di Varallo per ottenerne il riscatto. Ma l’inverno, per i rivoltosi, è terribile. Essi vivono in condizioni ormai disperate; finché, in un difficile passaggio tra metri di neve (ancora oggi quel luogo si chiama “Varco della Monaca”, in riferimento a Margherita), riescono a devallare portandosi nel Biellese. Qui essi si fortificano sul Monte da allora chiamato Monte dei Ribelli, o Rubello.Ma i crociati si riorganizzano e procedono a un nuovo assedio. Nel dicembre 1306 inizia l’ultimo inverno per i ribelli, allo stremo e del tutto isolati dall’accerchiamento dei crociati. L’assalto finale provoca una carneficina: circa 800 ribelli sono trucidati sul posto, mentre Dolcino, Margherita e Longino Cattaneo (luogotenente di Dolcino) sono catturati vivi. Margherita e Longino verranno posti al rogo in Biella. Margherita rifiuterà di abiurare, respingerà le proposte di matrimonio di alcuni nobili locali, che l’avrebbero salvata dal rogo, e sceglierà di restare fedele al suo ideale e al suo compagno fino in fondo. Dolcino prima dovrà assistere al supplizio della sua donna e poi, a Vercelli, verrà condotto al rogo su di un carro. Durante il tragitto viene torturato con tenaglie ardenti, ma tutti i commentatori sono concordi nell’attribuirgli un coraggio straordinario: non si lamenta mai, solo si stringe nelle spalle quando gli viene amputato il naso e trae un sospiro quando viene evirato. Infine, nel 1307, anche per lui la “giustizia” di Dio significa il rogo.
Si concludono così, tra quelle fiamme, tre anni di resistenza armata nel nome di Cristo, ma altri dolciniani un po’ da ogni parte continueranno a esistere (se ne hanno notizie fino al 1374).
Non solo. Dolcino, Margherita e gli Apostolici diverranno simboli di libertà ed emancipazione fino ai giorni nostri, e la memoria popolare non li dimenticherà. Dalla metà del XIX secolo, Dolcino è rivendicato come “apostolo del Gesù socialista” dal movimento operaio e socialista della zona; e proprio sul Monte Rubello troveranno rifugio nel 1898 i fuggiaschi dalla repressione poliziesca seguita ai tumulti di Milano e all’eccidio di Bava Beccaris. Nel 1907 poi, nel sesto centenario del martirio, vi saranno celebrazioni di enorme rilievo con l’edificazione di un obelisco alto 12 metri proprio sui luoghi della loro ultima resistenza (obelisco poi abbattuto dai fascisti nel 1927). Nel 1974 un cippo viene installato nel luogo dove era l’obelisco. Tuttora, ogni anno, la seconda domenica di settembre, il Centro studi dolciniani organizza la “Festa di Fra Dolcino” al cippo sul Monte Massaro. 

Il fatto stesso che oggi in Valsusa, nel settimo centenario del rogo di Dolcino, nell’ambito della lotta popolare contro l’Alta Velocità, si senta il bisogno di trovarsi per parlare del suo messaggio, per confrontarsi e saperne di più, per riscoprire quel suo sogno, semplice e rivoluzionario, di uguaglianza e condivisione, dimostra che la sua battaglia ha ancora molto da dirci e che “dopo morti sono più vivi di prima”.

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